La Lista si ritira l’ultimo giovedì del mese, allo sportello 9 di un prefabbricato senza insegna sulla provinciale, tra la Motorizzazione e un gommista. Dentro ci sono l’aria condizionata troppo bassa, un distributore di caffè fuori servizio e una fila di sedie di plastica avvitate al pavimento. Si prende il numero. Si aspetta.
Quando tocca a me, la donna dello sportello ritira la copia del mese precedente, controlla il documento e sfila dalla cartellina due fogli uguali. Firmo entrambi. Uno resta a lei; l’altro lo riporto il mese dopo, con le mie iniziali accanto a ogni nome. Poi timbra: RITIRO EFFETTUATO. In quasi ventisette anni non mi ha mai chiamato per nome.
Il foglio è normale carta da fotocopie, ottanta grammi. In alto c’è scritto DISTRETTO 14 e il mese. Sotto, in colonna, i nomi, gli indirizzi e una data. Niente orari. Niente cause.
Il distretto che mi hanno assegnato è piccolo: il paese, le case sparse lungo la statale, due frazioni. In un mese normale sono cinque o sei nomi. Ad agosto, col caldo di questi anni, anche dieci.
Di esattori ce ne sono molti, uno per zona. Ci incrociamo in fila l’ultimo giovedì: un ragazzo coi tatuaggi sul collo, una signora elegante con una spilla d’oro, un prete giovane che tiene la sua copia dentro una busta della Conad. Non ci salutiamo. Che cosa dovremmo dirci?
Io sono un uomo che non si nota. Cinquantotto anni, un’utilitaria bianca, la camicia dentro i pantaloni anche d’estate. Di mestiere, quello che risulta, faccio il letturista: giro per le case a leggere i contatori dell’acqua, un lavoro che sta sparendo perché quelli nuovi si leggono da soli. Nessuno ricorda la faccia dell’uomo dei contatori. È una qualità utile.
L’altro lavoro me lo consegnò un vecchio nel giugno del 1999. Suonò a casa mia con una cartellina sottobraccio. Mi guardò a lungo, come si guarda un muro da imbiancare, poi disse: «Dal primo settembre tocca a lei», e me la mise in mano. Rideva piano, di sollievo. Morì ad agosto.
Non c’è un contratto. Non c’è uno stipendio. C’è che, se non lo fai tu, non lo fa nessuno, e qualcuno deve farlo.
Il funzionamento è semplice. Nei giorni successivi al ritiro passo a trovarli. Ho sempre la scusa: la lettura del contatore. Entro, faccio ciò che farebbe un letturista, accetto il caffè se me lo offrono e, prima di uscire, dico una frase. Una sola.
La verità non si può dire. È l’unica regola. Ci provai nel 2003 con un elettricista di quarant’anni che mi stava simpatico. Sulla lista aveva la data del ventitré maggio. Andai da lui il diciannove. Avevo preparato la frase in macchina e la tenni in bocca per tutta la visita. Alla fine la lasciai uscire: «Guardi che lei sta per morire.»
L’elettricista rimase col cacciavite in mano. Sorrise, convinto che scherzassi. «Come?» disse. Il cacciavite cadde per primo. Lui lo seguì e batté la tempia sul pavimento del garage. Quando arrivò l’ambulanza era già morto.
Il mese dopo la donna dello sportello prese la mia copia e si fermò davanti al suo nome. «Ha anticipato la dipartita di quattro giorni. E’ colpa sua.», disse. «La prossima volta si attenga alla consegna.» Poi timbrò il foglio.
Non li ho più avvertiti.
Nel 2008 provai in un altro modo. Renato Lodi, muratore, cinquantadue anni, data dodici novembre. Dissi a sua moglie che era svenuto mentre controllavo il contatore e li convinsi ad andare al pronto soccorso. Lo tennero in osservazione. Gli esami erano normali. Rimasi con lui fino a sera. Alle undici e quaranta si alzò per andare in bagno e morì nel corridoio per un aneurisma. Lo avevo spostato da casa all’ospedale. Non avevo spostato la data.
Da allora mi limito alle consegne.
Alla signora che non sente il figlio da mesi dico: «Stasera lo chiami lei. Le voci al telefono, la sera, aggiustano il sonno.» All’uomo che rimanda un viaggio da dieci anni: «Quel giro lo faccia adesso. Non aspetti l’anno prossimo.» Ai due fratelli che non si parlano per un muro di confine: «Suo fratello lo chiami lei per primo. Tanto il muro resta lì.» La gente le prende per chiacchiere da letturista. È esattamente ciò che devono sembrare.
La lista di agosto aveva nove nomi.
La signora Ines, ottantaquattro anni, contrada Sant’Andrea, aveva la data del nove. Ci andai il sette alle dieci del mattino e già si moriva di caldo. Teneva il ventilatore puntato sulle gambe e la televisione accesa senza volume. Il caffè era pronto, come se mi aspettasse. Controllai un contatore che non girava e le dissi: «Chiami sua figlia a Torino. La faccia venire per qualche giorno. Non è bene stare soli con questo caldo.» La figlia prese il treno quella sera. Quando Ines morì, la mattina del nove, era seduta accanto al letto e le teneva i piedi fra le mani perché si erano fatti freddi. Due giorni dopo scelse la bara.
Ai funerali vado quasi sempre. Anna dice che sono l’unico letturista d’Italia che si affeziona agli utenti. Lo dice ridendo quando mi vede infilare la giacca scura. In trentun anni di matrimonio non si è mai accorta di niente, perché non c’è niente di cui accorgersi: un uomo grigio che gira col blocchetto, che certe sere torna più stanco e che una volta al mese passa da un ufficio sulla provinciale.
Giovedì 30 luglio ho ritirato la lista di agosto. La donna ha timbrato i due fogli e ne ha girato uno verso di me. Il quarto nome era Anna. La mia Anna. L’indirizzo era casa nostra. La data era il ventitré. Sono rimasto con le mani sul bancone. Sentivo l’aria condizionata passarmi sulle braccia e il ronzio dei neon. «C’è un errore», ho detto. Era la prima frase che rivolgevo alla donna in quasi ventisette anni.
Non ha alzato gli occhi. «Non ci sono errori.»
«È mia moglie. C’è un’incompatibilità.»
«Fa parte del suo distretto. Firmi la seconda copia.»
«E se non passo? Se da questa persona non ci vado?»
Ha messo il timbro sull’ultima riga e per la prima volta mi ha guardato. Aveva occhi normali, stanchi, gli occhi di una che a casa ha i piatti da lavare. «Ci vada», ha detto.
Non dissi niente ad Anna. Non la portai in ospedale e non provai a fuggire con lei. Avevo già commesso entrambi gli errori: avvertire anticipava la data; tentare di salvarli non la spostava affatto.
Feci le altre visite come un sonnambulo. A un pensionato che aveva la data del quindici dissi di aprire la bottiglia buona che teneva da dieci anni, perché il vino non aspetta. La aprì a Ferragosto coi nipoti. Io intanto guardavo Anna dormire col ventilatore acceso e cercavo una frase per lei.
Questo è ciò che nessun esattore confessa agli altri: le frasi funzionano perché sono facili. Chiama tuo figlio. Fai il viaggio. Apri il vino. Ma per la persona con cui hai diviso trentun anni non esiste una frase facile.
Il ventidue era sabato. Faceva un caldo insopportabile. Dissi ad Anna: «Stasera ceniamo sul balcone.»
«Ci sono le zanzare.»
«Le sopporteremo.»
Apparecchiai io, che non apparecchio mai, e lei mi tenne d’occhio dalla cucina con quel mezzo sorriso di quando non capisce ma le va bene lo stesso. Mangiammo la parmigiana fredda, che d’estate è meglio di quella calda, e bevemmo il vino bianco nei bicchieri dell’acqua, perché i calici li abbiamo sempre conservati per gli ospiti che non invitiamo mai.
«Raccontami di quando mi hai visto alla sagra», dissi.
«Un’altra volta?»
«Un’altra volta.»
La raccontò sbagliandola apposta nei punti di sempre: io avevo la camicia gialla, ma non era gialla; suo padre mi aveva dato del disoccupato, ma me lo aveva detto molto dopo. Io la correggevo e lei diceva: «Va bene, la storia è mia», che è la frase con cui la chiude da trentun anni.
A un certo punto rimase col bicchiere a mezz’aria. «Che hai, stasera?»
«Niente. Ti guardo.»
«Mi guardi come quando non mi conoscevi bene.»
«Ti guardo come sempre.»
«No», disse. Bevve un sorso. «Come quando non mi conoscevi.»
Le presi la mano attraverso il tavolo, sopra le briciole, e gliela tenni come si tiene una cosa che non è nostra, che ci hanno soltanto affidato. Le zanzare ci mangiavano le caviglie e nessuno dei due si alzò a prendere lo spray.
Poi dissi la frase. Una frase da niente, come tutte le mie.
«Domattina ti sveglio presto e andiamo al mare. Prima della gente.»
Anna rise. «Tu di domenica non ti alzi manco morto.»
«Domani sì.»
Mi guardò ancora. Per mezzo secondo ebbe l’espressione che ho visto su cento facce del mio distretto: la persona quasi capisce. Un’ombra passa dietro gli occhi, come un pesce sotto una barca. Poi l’acqua si richiude, perché deve richiudersi.
«Allora lavi tu i piatti», disse. «Io mi faccio bella per il mare.»
Li lavai piano, con le mani nell’acqua tiepida, sentendola muoversi per casa: l’anta dell’armadio, il cassetto dei costumi, il fruscio della borsa di paglia che d’inverno sta sopra i mobili. Canticchiava. Mise la sveglia alle cinque e mezza.
Rimasi in cucina con lo strofinaccio in mano a fare il mio lavoro: accompagnare una persona verso la fine senza spaventarla. Solo che Anna non aveva paura. Ce l’avevo tutta io.
La mattina del ventitré il mare era liscio e vuoto, senza un ombrellone aperto, e la sabbia era ancora fredda sotto i piedi. Anna entrò nell’acqua per prima, come era entrata per prima in ogni cosa da quando la conoscevo. A un certo punto si girò verso riva, coi capelli bagnati e gli occhi stretti per il sole, e mi fece il gesto di raggiungerla. Quello largo, da vigile, che faceva lei. Entrai.
Di quella mattina voglio conservare quel secondo prima: Anna ancora in piedi nell’acqua, che mi chiamava, col sorriso.
La seconda copia la riconsegno giovedì. Allo sportello 9 non fanno le condoglianze. Un giorno il mio nome sarà su una delle Liste. Spero che il mio esattore sia bravo. Spero che per me trovi una frase facile.
Spero di sentirla presto.



